Grazie al legname regionale si può fare a meno del riscaldamento tradizionale nelle nostre case!

06 febbraio 2008

Le fonti energetiche fossili, petrolio, gas e carbone, sono risorse limitate e sono in via di esaurimento. Nessuno lo mette in discussione. I dubbi riguardano solo quando ciò si verificherà, se nel giro di 20, 30, 50 o 100 anni. Gli scettici prevedono che il picco dell’estrazione di greggio si toccherà già nel 2010, dopodichè la produzione inizierà a diminuire, mentre gli ottimisti ritengono che la produzione possa ancora aumentare fino al 2020 o 2030. L’argomento di una «nuova crisi del petrolio» è perciò di scottante attualità per l’economia.

Ma anche per l’ecologia. Attualmente infatti la maggior parte dei ricercatori di climatologia è convinta che le emissioni di CO2, dovute alla combustione di vettori energetici fossili, siano la causa principale del riscaldamento globale del clima, che si manifesta anche con un aumento di eventi catastrofici come uragani, precipitazioni violente e siccità. Il fenomeno attualmente più evidente nelle Alpi del progressivo riscaldamento climatico è la scomparsa dei ghiacciai. Ma anche l’aumento di frane, colate detritiche e alluvioni rende questi drammatici cambiamenti immediatamente percepibili per ciascuno.

Con la ratifica del Protocollo di Kyoto tutti gli Stati aderenti alla Convenzione delle Alpi si sono impegnati ad una riduzione delle emissioni dannose per il clima. Ora è giunto il momento di definire le misure concrete per far diminuire le emissioni di CO2 e di metterle in pratica.

I consumi energetici domestici, con una percentuale di quasi il 30%, incidono sul consumo di energia finale con una percentuale pressappoco uguale a quella dell’intero settore dei trasporti. La percentuale più consistente dei consumi all’interno delle nostre case è a carico del riscaldamento, con più del 70%, per il quale si utilizzano principalmente gasolio e metano. Se oggi si costruiscono case scadenti dal punto di vista energetico ed ecologico, questo ha ripercussioni negative per decenni sul consumo energetico e sul clima.

Nella riduzione del fabbisogno energetico per il riscaldamento attraverso tecniche di costruzione e di risanamento energeticamente efficienti si annida dunque un grande potenziale di risparmio di CO2. Sia nelle nuove costruzioni, sia intervenendo sul patrimonio edilizio esistente, l’adozione di tecnologie solari e di moderne tecniche di coibentazione, cosiddetto standard casa passiva o Minergie-P, si può ridurre il fabbisogno energetico per il riscaldamento fino all’80-90%. In tal modo un riscaldamento convenzionale, altrimenti necessario in tutte le nostre case, diventa superfluo. I/le proprietari/e di case e chi affitta un appartamento non dovranno preoccuparsi troppo per l’aumento dei prezzi dell’energia e delle materia prime, e nello stesso tempo provocheranno l’emissione di molta meno CO2.

Finora tuttavia, questo potenziale non viene riconosciuto e utilizzato come meriterebbe, cioè la maggior parte delle nuove costruzioni e degli interventi di ristrutturazione non vengono realizzati in base all’attuale stato della tecnica. Perché? Dietmar Eberle, docente di architettura presso l‘ETH di Zurigo, spiega che il motivo consisterebbe nel fatto che il costruire e l’architettura non sono principalmente prestazioni tecniche, ma vengono piuttosto determinate dalla loro dimensione culturale, e cioè da consuetudini, abitudini e convenzioni, insomma si sceglie quello con cui si ha maggiore familiarità. La “parte tecnica” si deve perciò ragionevolmente combinare con la “parte culturale”.

Architetti e progettisti sono invitati a non considerare più le nuove soluzioni tecniche come qualcosa di estraneo, che deve essere mascherato, ma ad accoglierle e a trovare una loro applicazione esteticamente soddisfacente. Attualmente in Europa ci sono già migliaia case unifamiliari, appartamenti in affitto, edifici commerciali ed edifici pubblici costruiti o ristrutturati secondo gli standard della casa passiva, il che dimostra che questo modo di costruire non è collegato a particolari regioni o stili architettonici.

Un altro punto di partenza per la riduzione del fabbisogno energetico, e quindi dell’emissione di CO2, consiste nella scelta dei materiali da costruzione. Molti materiali per l’edilizia richiedono grandi quantità di energia già per la loro produzione (ad esempio putrelle d’acciaio) oppure devono essere trasportati per lunghi tragitti (ad esempio il legno dal Nordeuropa, dalla Siberia o da oltreoceano). L’utilizzo di legname regionale come materiale da costruzione e combustibile può dare un rilevante contributo per ridurre le emissioni di gas serra climalteranti. Il legno è un combustibile neutrale rispetto al clima, le cui potenzialità di sfruttamento sono tutt’altro che esaurite.

Ma il legno rappresenta anche un ideale materiale da costruzione, trova impiego in molteplici applicazioni, crea un clima dell’ambiente domestico sano e confortevole e ha ottime proprietà termoisolanti. Tra l’altro, fattore assolutamente non trascurabile, le persone si sentono particolarmente bene nelle case e nei luoghi di lavoro costruiti in questo materiale, perché il legno possiede eccellenti qualità bioarchitettoniche. Il legno è perciò in qualche modo predestinato ad essere impiegato nelle costruzioni e negli interventi di risanamento energeticamente efficienti.

Se il legname locale viene lavorato e trasformato in loco, si assicurano e si creano posti di lavoro in aree strutturalmente deboli e la creazione di valore rimane nella regione. Utilizzando ad esempio gasolio o metano, il 60-75% dei capitali investiti prende la strada dell’estero. Se il calore viene invece prodotto con il legno, il 100% delle somme investite rimane nel Paese, e nella regione stessa si ha una creazione di valore pari a oltre il 50% delle medesime. Lo stesso si può dire a proposito del legno abbattuto, segato e lavorato in cantiere nella regione: in tal caso la creazione di valore aggiunto regionale può avere un incremento di quasi dieci volte.

Come effetto indiretto inoltre, utilizzando legname regionale, si riduce l’inquinamento da traffico nel territorio alpino, perché in tal modo si rende superflua l’esportazione di legname non lavorato verso segherie a grande distanza e la reimportazione di legname da costruzione.

Un maggior utilizzo di legname si concilia anche con i principi di una gestione sostenibile del bosco. Per motivi economici molti boschi non vengono più utilizzati. La massa legnosa presente nel territorio alpino è perciò enorme e aumenta di anno in anno. Per la conservazione della varietà biologica gli alberi vecchi e le aree forestali non utilizzate sono importanti e necessarie, ma in molte di esse uno sfruttamento del bosco attento e rispettoso dell’ambiente naturale non sarebbe certo dannoso. In particolare per i boschi di protezione, così importanti nel territorio alpino, uno sfruttamento più intenso è addirittura necessario, poiché un bosco giovane, sano e stabile è in grado di fornire una protezione più efficace contro i pericoli naturali.

Si può quindi fare a meno del riscaldamento convenzionale, non è necessario importare petrolio e metano da aree instabili, né materiali da costruzione da oltremare e non bisogna preoccuparsi per un maggior sfruttamento del bosco!

Fonte: www.climalp.info/i/climalp.htm




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